Ascolta la versione audio dell’articoloI fuoriclasse, quelli veri, anche se il campo è ghiacciato o ci sono 40°, hanno tocco di palla e sanno disegnare arcobaleni in cielo. Così è Gianni Brera, fresco di addio alla «Gazzetta dello Sport» e in viaggio in America, dove pare non stare così bene («L’America non esiste. Esistiamo noi come déracinés dal nostro humus, e perciò sofferenti»), stranito dalla lingua («Ho l’impressione di vivere in un polmone d’acciaio: quello della mia ignoranza»), dall’assenza di piazze, biciclette e trattorie con un sano calice di rosso. È il 1954 e il direttore della Rosea sbatte la porta e se ne va. Ha 35 anni e cinque di direzione. La sua popolarità è grande ma ha bisogno di spazi aperti per correre incontro alla vita e liberare il passo leggero e tagliente della sua scrittura.L’8 aprile 1955 atterra a New York e fino a luglio gira gli States perché ha in testa un libro (che vorrebbe intitolare In America per sport) e, come confessa in una lettera alla moglie Rina, «scrivere un libro sull’America dopo Piovene, Cecchi e Soldati è senz’altro da presuntuosi: ma io penso che potrei farmi perdonare attenendomi alla parte sportiva, che è notevolissima nella vita americana». In tre mesi prende undici voli interni, fa tappa a New York, Washington, New Haven, Filadelfia, Indianapolis, Chicago, San Francisco, Stockton, Los Angeles, Denver, Boulder, per tornare sulla costa orientale e poi in Italia. Studia lo sport, dalla boxe all’ippica, dall’atletica all’automobilismo, che è società, e scrive otto reportage e un’intervista-scoop al presidente del Cio, Avery Brundage, pronto a scommettere sui Giochi di Roma 1960. Quegli articoli, apparsi su «Tempo», «L’Illustrazione italiana» e l’«Équipe», sono ora raccolti in Viaggio in America, per la minuziosa cura di Claudio Rinaldi, direttore della «Gazzetta di Parma» e da anni attento studioso di Brera. C’è l’America del 1955, quella di Gioventù bruciata, del Boom economico e dei diritti pretesi da Rosa Parks che non lascia il suo posto sul bus, e c’è la scrittura fresca, come l’aria fra le dita, di Gioânnbrerafucarlo.Loading…Sono mesi da cronista vero, quello che si sporca le scarpe, fra bassifondi, palestre e ippodromi per arrivare a una summa che ricorda il Calvino delle Lezioni americane: «Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili». Brera racconta la vita agra di Frank Andolino, un povero cristo italiano che ha fatto fortuna grazie a un cavallo: «Boston Doge irrompe dal folto: un miracoloso elastico par che lo strappi con violenza al traguardo». Poi, frequenta gli immigrati di Little Italy, di Brooklyn e del Bronx «magna pars del pugilato americano. Il fenomeno trova spiegazioni economiche ed etniche. Ciascuno sceglie, per emergere, le strade che più gli sembrano idonee» perché «la boxe è un’efficacissima scuola di ardimento e serve per la vita non meno delle declinazioni latine e della sezione aurea del segmento». Soprattutto se vivi a New York, altissima, verticalissima, coloratissima: chissà che impressione per gli occhi “padani” di Brera.I giorni della 500 Miglia di Indianapolis, che «monta in superbia», gli offrono sfrecciare di motori e uno scoop sui Duchi di Windsor, presenti alla gara, perché i bene informati vociferano che la duchessa non sia un modello di fedeltà coniugale. Brera sa essere attento osservatore sociale nell’inchiesta sulla «giungla delle lavagne», come è definito negli Usa il problema della delinquenza minorile, persa fra whisky, marijuana, armi e cazzotti. Crude le righe quanto gli ambienti ma «anche qui come in Italia lo sport è dunque un mezzo di evoluzione sociale (meglio sarebbe dire di evoluzione economica)». Poi, vengono i quattro lunghi reportage pensati come analisi dello sport negli Usa, in cui «business e ideale trovano felicissimo accordo. Talora si sostengono a vicenda, quasi sempre si accompagnano. Ma soprattutto importano i risultati: e l’America è ancor sempre il paradiso più autentico dello sport “libero”». Brera resta affascinato dal football: «Le partite, il meno che offrano, sono ruzzoloni gagliardi, placcaggi spietati, mucchi di uomini avvinghiati come in lotta, e poi guizzi imperiosi, distese falcate in allungo, fulminee schivate in corsa, piroette, passaggi acrobatici, zompi spettacolari … Si gioca anche la palla, che essendo ovale dà sempre in rimbalzi matti». E non poteva mancare un viaggio nelle università a stelle e strisce, dove lo sport conta quanto lo studio: «i talent-scout, cioè gli scopritori di talenti, sono venuti a cercar possibili allievi per conto dei college e delle Università. Dal che è facile dedurre che anche l’abilità sportiva può giovare… alla cultura del Paese».Giorni frenetici, immensità e miseria: il fiuto del grande giornalista gli fa scrivere pezzi memorabili anche se «L’America non mi tange. Ci vivo come in esilio» tanto da non volerci tornare mai più, neppure per Los Angeles 1984, giustificandosi con la minaccia di un mafioso che aveva giurato di ucciderlo se mai lo avesse rivisto. Chissà quanto era vero, per fortuna che c’erano le lettere alla moglie con le quali sfumare la nostalgia: «Ho gli occhi bovini e tristi. Mi annoio e resisto. Ti scrivo quasi ogni giorno per resistere». Anche i grandissimi hanno qualche debolezza.







