Ha abbandonato “da sola in casa,
prigioniera di un lettino da cui non poteva uscire”, per “quasi
sei giorni”, “l’essere umano più fragile e totalmente dipendente
da lei”, ossia sua figlia Diana di meno di un anno e mezzo, con
una condotta che fa “orrore” e ha continuato a “mentire”, senza
mostrare alcuna “resipiscenza”.
Lo scrive l’avvocato generale Lucilla Tontodonati della
Procura generale di Milano, diretta da Francesca Nanni, nel
ricorso in Cassazione con cui chiede di annullare con rinvio per
un nuovo processo la sentenza di secondo grado del 5 novembre
che ha cancellato l’ergastolo per Alessia Pifferi, condannandola
a 24 anni per l’omicidio volontario della figlia del luglio
2022. Riconoscendole le attenuanti generiche equivalenti
all’unica aggravante rimasta, quella del vincolo parentale.
Proprio la concessione delle attenuanti, con equivalenza
sull’aggravante, è il centro delle contestazioni dell’atto
depositato dalla pg alla Suprema Corte, a cui fanno ricorso
anche la nonna e la zia della piccola, rappresentate
dall’avvocato Emanuele De Mitri, il quale anche in secondo grado
aveva chiesto la conferma dell’ergastolo. Pena massima che era
stata decisa dalla Corte d’Assise di Milano, a seguito delle
indagini della Polizia e del pm Francesco De Tommasi. E con due
perizie che nei due gradi del giudizio hanno stabilito la piena
capacità di intendere e volere della donna.
Nel ricorso la pg critica anche il fatto che la Corte
d’Assise d’appello, nel motivare le attenuanti, avesse fatto
riferimento pure all’incidenza del clamore mediatico della
vicenda. La “risonanza mediatica” e le “dinamiche comunicative”
sono “fenomeni inerenti alla contemporaneità” e “fattori che,
per loro natura, non attengono alla capacità a delinquere del
soggetto, ma al contesto sociale in cui il processo si è
svolto”.
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