Nell’uccidere sette pazienti con
iniezioni di sedativo, l’anestesista Vincenzo Campanile, di 53
anni, avrebbe agito in base a “ragioni del tutto personali, per
le quali non è possibile neppure escludere ragioni egoistiche”.
In altre parole, il medico sarebbe stato spinto “da ragioni che
non corrispondono a valori morali e sociali condivisi da tutta
la comunità di riferimento e rispettosi dei valori
costituzionali”, per questo, non riconoscendo l’attenuante della
pietà, in appello la pena è stata aumentata, come spiegato nelle
motivazioni della sentenza della Corte d’Assise d’Appello di
Trieste dell’ottobre scorso.
Lo riporta il quotidiano Il Piccolo oggi in edicola
precisando che, nelle oltre 300 pagine, la corte, presieduta da
Paolo Alessio Vernì, ritiene che la sedazione palliativa che
Campanile sosteneva di aver praticato “non corrisponde al
modello codificato nelle linee guida”.
Campanile è accusato di una serie di omicidi volontari di
persone anziane che avrebbe compiuto tra il 2014 e il 2018
quando era in servizio al 118 di Trieste ed è stato condannato a
17 anni e 3 mesi di reclusione per sette decessi, contro i 15
anni e 7 mesi inflitti in primo grado per nove decessi (per due
dei quali è stato assolto perché il fatto non sussiste). Alle
vittime, tra i 75 e i 90 anni, affette da varie patologie,
secondo l’accusa il medico avrebbe iniettato potenti sedativi
tra cui il Propofol, ricorda Il Piccolo, omettendo nelle schede
di intervento di annotare la somministrazione di tali farmaci.
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