Ascolta la versione audio dell’articoloNan Goldin fotografa da quarant’anni la stessa materia: amici, amanti, ferite. Poi monta tutto come un film. Non fotografie appese alle pareti ma sequenze di immagini immobili, diaporami e video che il Grand Palais presenta come la prima ricognizione francese della sua opera in quanto cineasta. Tra le voci più erotiche e intense dell’arte e della fotografia contemporanea, Goldin prende notti, appartamenti, droghe, litigi, baci e li assembla. La fotografia diventa montaggio e dunque racconto. Da qui la sua forza radicale, da attivista dell’intimità, lontana dal mainstream e dalle consuete ruffianerie dell’arte “artivista”. È da questo cortocircuito che nasce This Will Not End Well, aperta a Parigi fino al 21 giugno 2026: una mostra che funziona come un cinema senza macchina da presa.Passaggio a Nord-Ovest: l’antefatto milanesePrima di arrivare a Parigi, la mostra ha toccato Stoccolma, Amsterdam, Berlino e Milano. E proprio all’HangarBicocca, i lavori di Goldin ritrovavano quasi il loro habitat naturale: un cinema notturno da club underground, più vicino alla New York degli anni Settanta che alla fotografia museale. La scenografia di Hala Wardé ha trasformato l’esposizione in un villaggio di padiglioni oscuri. Non è una mostra da attraversare in piedi, ma una sequenza di stanze narrative. In questo contesto, la dimensione immersiva funziona perfettamente.Loading…Gli slideshow di Goldin funzionano così: immagini nate nella vita quotidiana che, una volta montate, continuano a generare tempo, racconto e comunità. Al Grand Palais questo dispositivo si amplia e si prolunga fino alla Chapelle Saint-Louis de la Salpêtrière, dove ritorna Sisters, Saints, Sibyls. A Parigi la retrospettiva diventa così un percorso in due atti, quasi un montaggio urbano.Nan Goldin in mostra a Parigi e pubblicare oggi in apertura pleasePhotogallery4 fotoVisualizzaUn romanzo collettivo scritto con la luceIl cuore della retrospettiva resta The Ballad of Sexual Dependency, diario aperto iniziato nel 1981 e continuamente rimontato. Un’autobiografia espansa alimentata da drag queen, coppie distrutte, desiderio, dipendenze. In queste immagini c’è soprattutto una sensualità radicale, quasi politica: i corpi sono vicini, vulnerabili, spesso feriti, attraversati da una tensione erotica e notturna che, a tratti, ricorda la dimensione inquieta del cinema di David Lynch. Accanto a Ballad compaiono The Other Side, Sisters, Saints, Sibyls, Memory Lost, Sirens e Stendhal Syndrome, dove Goldin allarga ancora il linguaggio integrando movimento, voci e archivi. In questo senso la sua opera è forse più vicina alla letteratura autobiografica — da Hervé Guibert ad Annie Ernaux — che alla fotografia tradizionale: ogni immagine è una pagina, ogni slideshow una sintassi del vissuto. Hans Ulrich Obrist ha osservato più volte che l’arte contemporanea diventa interessante quando i linguaggi smettono di difendere i propri confini. Gli slideshow di Goldin funzionano esattamente così: fotografia che diventa cinema, diario che diventa racconto collettivo.Il tempo dentro le immagini






