Quando ha ucciso, accoltellandolo
alle spalle, il capotreno 34enne Alessandro Ambrosio, Marin
Jelenic era perfettamente in grado di intendere e di volere,
così come adesso è in grado di stare in giudizio. È la
conclusione della perizia disposta dalla Corte di assise di
Bologna e firmata dallo psichiatra Domenico Berardi.
L’omicidio risale al 5 gennaio, il 36enne fu arrestato la
sera dell’Epifania in stazione a Desenzano sul Garda. Il pm
della Procura bolognese, Michele Martorelli, gli contesta le
aggravanti dei motivi abietti e di aver commesso il fatto vicino
ad una stazione ferroviaria. L’esame svolto per redigere la
perizia, circa 50 pagine, non ha consentito di individuare un
movente del delitto, che peraltro l’imputato nega di aver
commesso.
L’analisi sottolinea l’escalation di violenza nei mesi
precedenti, con l’assassinio che ne rappresenta l’apice, una
sorta di intensificazione e amplificazione di un’aggressività
già presente e non dovuta a cause psicopatologiche. Ma, vista la
mancanza di risposte sul punto, non è stato possibile
interrogare Jelenic sulle cause di questo aumento. In ogni caso,
al di là dell’abuso alcolico osservato anche in altri episodi di
violenza, non è stato trovato nulla che indichi una
compromissione dello stato mentale.
L’imputato è descritto come una persona che nel corso dei
colloqui fa lunghe pause prima di rispondere, come se stesse
calibrando le parole da usare, apparso distaccato emotivamente,
non coinvolto dagli eventi, senza angoscia né rabbia o senso di
colpa. Si torna in aula il 23, con il processo di primo grado
che ormai volge verso la conclusione.
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