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Home Cultura

Il Vangelo di Marco ricomposto

di Redazione Corriere Economia
28/09/2026
in Cultura

Domani, come i prossimi sei lunedì, prima che Palazzo Meizlik apra le porte ai visitatori, un restauratore esperto avrà il compito di girare una pagina, una soltanto dei due manoscritti originali presenti nella mostra «Il Vangelo di Marco. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo», a cura di Martina Dlabajová, Cristiano Tiussi e Luca Villa. Sono così delicate quelle pergamene da aver bisogno di cure speciali, luce fioca e temperatura costante. Aquileia spalanca le porte all’Europa, come faceva quando, sotto l’Impero Romano, era una ricca e multietnica capitale del mondo con una rassegna che, per la prima volta, dopo sette secoli, riunifica le tre parti del Vangelo di San Marco, partite proprio dal Friuli e oggi conservate a Cividale, Venezia e Praga.Chiedilo al SoleDomande di approfondimento generate da 24Ore AICripta degli Affreschi, Basilica di Aquileia, Storie di Marco: Marco, con Pietro, offre il pastorale a ErmagoraDopo un lungo lavorio di diplomazia culturale, è ricomposta una storia ultramillenaria di fede, viaggi e peripezie. Verso la metà del IX secolo, probabilmente sotto il patriarca Teodemaro (851-872), che vi pose la firma, un codice del VI secolo proveniente da area ravennate, giunge ad Aquileia: contiene i quattro Vangeli ed è Vangelo nelle cerimonie liturgiche. Poi, fra XII e XIII secolo, il Libro di Marco – sette fascicoli – viene estratto dal Codex Forojuliensis, o Evangeliario Forogiuliese, conservato al Museo Archeologico di Cividale e contenente gli altri tre Vangeli, di Matteo, Luca e Giovanni, nella versione latina della Vulgata di San Girolamo. E il più antico inventario del Tesoro patriarcale di Aquileia, databile al 1300, si apre con il «liber beati Marci evangeliste, quem propria manu scripsit»: quaranta carte rilegate in lamine d’argento dorato, ma l’autografo è una bufala. Perché avviene lo smembramento? Perché, nella splendida civitas tardoantica, che aveva abbracciato il cristianesimo fin dagli anni successivi all’Editto di Costantino (313 d.C.), ormai grande suonava il nome di Marco, che, secondo la leggenda, era approdato ad Aquileia a evangelizzare le genti. Scrive il patriarca Paolino di Aquileia (VIII secolo), nel componimento De sancto Marco evangelista: «E così, inviato dal beato Pietro, (Marco) giunse nella città di Aquileia, da tempo famosa. Piantò i semi germoglianti della parola sacra … Lì, dedicò presto una chiesa a Cristo … su fondamenta solide nella fede». Per questo, il Vangelo di Marco è vissuto come una preziosa reliquia e, nel 1354, il re Carlo IV di Boemia, di passaggio in Friuli andando verso Roma per ricevere la corona imperiale, chiede e ottiene dal fratellastro Nicolò di Lussemburgo, allora patriarca di Aquileia, due fascicoli del Vangelo per la Cattedrale di San Vito di Praga. Quelle pergamene, scampate a un incendio nel 1420, sono codificate come «CIM1», il cimelio più importante della Repubblica Ceca. E ora sono ad Aquileia, insieme con il Codex Forojuliensis e con la coperta d’argento dei cinque fascicoli che, nel 1420, la Serenissima, dopo aver conquistato il Patriarcato di Aquileia, avoca a sé come bottino di guerra per esporli nella Basilica di San Marco accanto ai resti dell’evangelista e avvalorare il percorso verso la nascita della funzione metropolita veneziana: «(È) cosa giusta, oltre che un atto di pietà e di religiosità che quel libro ritornasse presso colui che l’aveva scritto e copiato», scrisse allora il doge Tommaso Mocenigo. Insomma, si faceva politica con la fede. Salvo, poi, non curare a dovere il manoscritto che viene deteriorato da secoli di umidità fino a ridursi ai lacerti di oggi.Loading…Va ricordato un altro aspetto del manoscritto: dal IX al X secolo, prima dello smembramento, l’Evangeliario aveva assunto la funzione di Liber Vitae o Libro dei Viventi, con oltre 1.500 nomi di persone – tuttora ben leggibili – dall’Alemagna alla Baviera, dalla Pannonia alla Moravia, dalla Croazia a Bisanzio.Per motivi conservativi, gli originali del Codex Forojuliensis, dei fascicoli di Praga e della coperta veneziana saranno in mostra solo nelle prime sei settimane (e poi sostituiti da copie in alta definizione fino al 25 aprile 2027), ciò non toglie il valore della mostra che fa il punto sulla presenza di Marco ad Aquileia, sullo sviluppo del Patriarcato di Aquileia, ben più di una istituzione religiosa, e sulla rete di fede che si allargò dal Friuli a tutta l’Europa dell’Est.Non ci sono fonti dirette che testimonino con certezza il passaggio di Marco (7/67-72 d.C.) in Friuli. «Il rapporto rientra nella sfera ideale, teologica, simbolica piuttosto che storica – scrive Luca Villa nel catalogo –. Ciò non significa che sia meno importante, anzi» e si possono ritrovare legami fra il primo cristianesimo di Aquileia e Alessandria d’Egitto, dove l’evangelista era morto. Secondo alcuni, la legenda marciana nasce in avanzato VI secolo con Aquileia che mostra una aspirazione autonomista; secondo altri, il momento va posticipato a fine VIII secolo-inizio IX. La materia è vasta e complicata ma Marco torna nella conflittualità per le questioni di primato e giurisdizione fra Aquileia e Grado, in cui la supremazia della sede aquileiese è riconosciuta anche grazie alla tradizione della sua origine marciana. Altri elementi marciani: nella cattedrale di Sant’Eufemia a Grado esisteva un luogo di culto dedicato al santo (in mostra si ammirano i frammenti della trabeazione); dalla cattedra di San Marco, citata nell’827, vengono dal Castello Sforzesco di Milano le otto formelle in avorio, databili al VII secolo e di provenienza alessandrina.

Prec.

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