Ascolta la versione audio dell’articoloL’uomo, l’artista, il suo legame con Roma: tra i disegni per il “Marc’Aurelio”, le sceneggiature che costruirono capolavori, le locandine e le immagini di film indimenticabili, si dipana una storia che va oltre il racconto del cinema italiano, riflettendo e indagando, con la profondità e l’ironia propri di Ettore Scola, la storia di un Paese. Al grande regista, nel decennale della scomparsa, Roma Capitale dedica l’esposizione “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”, visitabile fino al 13 settembre al Museo di Roma a Palazzo Braschi.Chiedilo al SoleDomande di approfondimento generate da 24Ore AIL’ironiaUn percorso che riflette la caratteristica dell’autore del saper unire la riflessione e il dramma alla commedia, di sintetizzare complesso e popolare, raccontando “La” storia attraverso le storie individuali. Ed è così che, nella mostra curata dalla figlia del regista, Silvia Scola, e da Alessandro Nicosia, l’ironia e la capacità di leggere il reale si manifestano nei tratti dei disegni e nelle sceneggiature che, all’interno del percorso espositivo – realizzato con la collaborazione di Marco Scola Di Mambro, nipote dell’autore e curatore dell’Archivio di famiglia, da cui provengono molti dei materiali, oltre che dall’Archivio Luce, da Rai Teche e dalla Collezione Studio EL – Cinecittà S.p.A -, avvolgono quasi il visitatore, dando l’immagine piena della grandezza della sua arte.Loading…Ettore Scola, il regista in una mostra a RomaPhotogallery23 fotoVisualizzaLo sceneggiatore, il disegnatore e il registaE poi il suo passaggio alla regia: le immagini che rimandano ai capolavori, i bozzetti (come quello dell’iconico corridoio de “La famiglia”) che tratteggiano atmosfere ed emozioni, le locandine, gli oggetti, gli scritti. Tutto concorre a dare la misura della cura nella realizzazione di qualcosa che è più di un film: “Il suo cinema continua a dirci molto sulla nostra vita e sulle nostre illusioni”, sottolinea il regista Roberto Andò, nelle note che accompagnano la mostra. È un modo di guardare non solo al lavoro, alle opere, ma anche alla vita, con quell’impegno che è alla base della lezione del grande cinema italiano. Da “C’eravamo tanto amati” a “Brutti, sporchi e cattivi”, a “Una giornata particolare”: la capacità di descrivere i cambiamenti, le epoche e, al contempo, di parlare ancora a tutti.Impegno e arte che si uniscono: e questa iniziativa, insieme e prima dell’autore, del vincitore di tanti premi, del quattro volte candidato all’Oscar, tratteggia l’uomo (come evidenzia la prima delle tre sezioni in cui la mostra è suddivisa, che attraversa gli inizi di Ettore Scola, nato a Trevico, e poi formatosi tra il Sud Italia e Roma). Quindi l’artista, con la seconda sezione che guarda alle varie anime e ai vari passaggi della sua carriera, lo sceneggiatore, il disegnatore e il regista, soffermandosi anche su alcune tra le figure più importanti nella sua storia, da Sordi, a Fellini – al quale dedicò “Che strano chiamarsi Federico”, la cui locandina campeggia nell’esposizione, insieme al trench che indossò in “C’eravamo tanto amati” -, Gassman, Mastroianni, Troisi e Trovajoli. Mentre il suo rapporto con la Capitale costituisce il tema della terza sezione: Roma protagonista, Roma al centro di tante sue pellicole (dal citato “C’eravamo tanto amati” a “La terrazza”), in un legame che si può (ri)scoprire anche attraverso un percorso interattivo.Un viaggio tra vita e creazione cinematografica tratteggiato, in questa mostra, da una narrazione visiva, resa da scatti, filmati, manoscritti e oggetti personali che si affiancano a quelli di lavoro, iconici ed evocativi – come le sedie da regista, i ciak o la macchina da scrivere -, che diventano essi stessi racconto.






