Ascolta la versione audio dell’articoloNella vita di ogni generazione c’è un’età in cui la storia esce dai manuali e smette di essere impersonale per diventare biografica. Il frangente in cui gli eventi collettivi, così una guerra, un attentato o il crollo dilagante di un’ideologia, si depositano dentro un ricordo privato e gemmano, indistinguibili dagli interminabili pomeriggi estivi e dalle prime sigarette rubate agli adulti. Dal canto suo, Carrère ha basato un’opera intera sul cortocircuito tra cronaca e confessione, sul sospetto che la verità di un’epoca si celi meglio in un aneddoto che in un trattato. E a quella lezione guarda Giulio Silvano nel suo esordio, “Hanno vinto loro” (Frassinelli, pp. 256, euro 20).Chiedilo al SoleDomande di approfondimento generate da 24Ore AIIl nervo scoperto del romanzo sta nell’apoteosi della dietrologia quale vizio nazionale, ovvero l’abitudine tutta italiana di non accontentarsi mai di una spiegazione lineare. Su questo sfondo si muove un narratore millennial e squattrinato, una sorta di flâneur 2.0 diviso fra Parigi e Roma, che paga ogni acquisto con lo smartphone nel terrore che la carta venga rifiutata. Il meccanismo che innesca il racconto è, per sua stessa ammissione, quasi cinematografico: una sera, a zonzo nella Cité, scorge un individuo spinto a forza dentro un’auto, e per un attimo crede di assistere al rimpatrio di uno dei tanti terroristi conterranei a lungo riparati in Francia sotto la dottrina Mitterrand.Loading…Il doppio fondo del misteroDall’equivoco riaffiora il ricordo di B.S., conosciuto un ventennio prima in Liguria durante un’estate dell’infanzia: un ex agente dei servizi segreti, obliquo e capace di “sapere tutto della vita vera”, diversamente dai genitori del ragazzo. E qui il romanzo di formazione si capovolge: più che una crescita si rivela un apprendistato alla perdita, come se il vocabolario con cui si impara a stare al mondo si consumasse proprio nel momento in cui viene messo alla prova. B.S. è un personaggio di finzione, un concentrato di faccendieri onniscienti della Prima Repubblica. Non è un caso che Berlusconi, pur aleggiando su tutto il libro ambientato nel secondo governo del Cavaliere, non sia mai nominato per esteso, in un gioco di sottrazione che Silvano ha accostato con ironia alla campagna elettorale di Veltroni del 2001, quando l’allora candidato evitava sistematicamente di pronunciare il nome del suo avversario. Un’omissione, en passant, che l’autore ha ammesso essere pure una burla linguistica, dato che B.S., in inglese, suona come un sinonimo colloquiale di “scemenza”.Il gusto delle americanatePer gran parte il romanzo è ambientato proprio nel 2001, l’anno del G8 di Genova e del movimento No Global, ma anche dell’attentato alle Torri Gemelle, che secondo Silvano non avrà riconfigurato granché sul piano geopolitico, ma ha demolito dolorosamente qualcosa di più profondo, l’ottimismo da “fine della storia” che ancora impregnava gli anni Novanta. Da lì, la parabola della globalizzazione, di cui il libro registra gli effetti in differita: il paesino ligure di poche migliaia di abitanti che, un quarto di secolo più tardi, propone ai turisti bagel e pancake, club sandwich e menù con le icone per gli allergici, in una sorta di americanizzazione del gusto che l’autore fa risalire, con un understatement da cronista, non a un cedimento recente del marketing, ma a un’onda lunga cominciata allora.Cos’è la Sinistra?Non meno riuscita è la galleria della famiglia di Sinistra in cui è cresciuto il giovane protagonista; la borghesia progressista di provincia che negli anni Duemila ha smarrito il proprio referente ideologico, dai partigiani allo scioglimento del Partito Comunista, e si è ridotta a ricollocare altrove i propri segni identitari, sugli scaffali dei tascabili Feltrinelli, tra i titoli sudamericani e l’attenzione sommaria ai temi globali, così il commercio equosolidale e i profughi di turno, a scapito di quelli cogenti dietro casa, lasciati in eredità – elettoralmente parlando – proprio alla Destra. Ne risulta una Sinistra che ha saputo maneggiare il potere culturale, ma non quello politico, poiché la fatidica “questione morale” l’ha condotta a farsi male da sola ogni volta che lo conquistava. Matteo Renzi, semmai, è stata l’eccezione che ha confermato la regola.







