Il frutto che non si mangiaIl cedro liscio-diamante — Citrus medica, il più antico degli agrumi, il cui fiore si chiama zagara e il cui nome, dicono qui, non viene dalla vicina Diamante ma dal fatto che il frutto somiglia a una pietra preziosa — non si mangia. Si lavora. Canditi per i panettoni dell’industria del Nord, essenze per le cedrate, basi per liquori, cosmetica. Negli anni Sessanta se ne producevano 160 mila quintali. Poi il lento franare: nel Duemila si era arrivati a duemila quintali, la soglia dell’estinzione. Il più antico degli agrumi stava semplicemente scomparendo dalla terra che porta il suo nome.La resurrezione ha date precise. Expo 2015, quando il Consorzio portò il cedro a Milano: «Da allora il commercio si è centuplicato», racconta Adduci. Poi il 2017, l’anno del trauma e del miracolo: le gelate sembravano aver ucciso tutto, ma quando andarono per tagliare le piante scoprirono che dentro c’era ancora linfa. Ripartirono da lì, dalle coltivazioni intensive riprese proprio quell’anno, da figure come Franco Galiano, artista e intellettuale che qui chiamano “l’ultimo profeta del cedro”, e da un rabbino, Moshe Lazar, che ha riportato in vita il rapporto tra la cedricoltura calabrese e il mondo ebraico. Oggi la produzione è tornata a ventimila quintali. Nel 2023 è arrivata la DOP europea, la registrazione del “Cedro di Santa Maria del Cedro” su un’area di diciotto comuni del Cosentino, da Tortora a Cetraro. «Arrivare a quarantamila quintali sarebbe appena l’inizio», dice Adduci. «Abbiamo solo finito di iniziare».Il dato più eloquente è un altro: il 60% della produzione è oggi destinato al mercato ebraico. Un frutto che non si può mangiare, e che vale soprattutto per la sua forma, tiene in piedi un’economia. Forse è l’unico comparto agricolo italiano in cui il prezzo lo fa la perfezione, non il peso.Il mito come infrastrutturaAdduci racconta leggende che sembrano provenire da un Mediterraneo più antico delle carte geografiche: Mosè che ancora in Egitto avrebbe ricevuto l’ordine divino di piantare il cedro proprio in questo lembo di Calabria; rabbini che tramandano la memoria di una prima festa celebrata qui, nell’attuale frazione Marcellina; il tesoro di Alarico sepolto da qualche parte tra queste valli, e con esso l’ombra della menorah del Tempio. Non importa, giornalisticamente, stabilire dove finisca il documento e dove inizi la leggenda. Importa capire che queste storie, in un territorio fragile, funzionano come mappe: orientano identità, turismo, agricoltura, desiderio di futuro. Il mito, da queste parti, non è evasione. È una forma di capitale territoriale.La storia moderna, del resto, ha i suoi personaggi verificabili: don Francesco Gatto, il parroco che per primo lavorò a questa rinascita, amico dell’allora cardinale Ratzinger, che qui venne prima di diventare Benedetto XVI; il rabbino capo Elio Toaff, anche lui pellegrino tra i cedri; perfino un film, “Il cedro” di Gianni Romano, del 2007. Il Museo del Cedro raccoglie tutto questo, e la sera d’estate lo trovi aperto fino a tardi, pieno di turisti che assaggiano nel laboratorio ciò che per secoli è stato soltanto annusato e benedetto. Non è un museo agricolo: è una piccola macchina simbolica, il luogo in cui un territorio prende coscienza di sé.






