(v. “Violenze ai cortei Pro Palestina, 18 misure…delle 09.36)
Non c’entrano con il “diritto di
critica” le violenze commesse “con il fine dichiarato di
attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su un problema di
rilevante allarme sociale, quale la guerra in Palestina o altri
eventi di rilevanza pubblica percepiti dai manifestanti come
ingiusti”. Anche perché così facendo si finisce per assumere
atteggiamenti “tipici di quei contesti” che si vogliono
denunciare. Così il gip Valentina Rattazzo, del tribunale di
Torino, risponde a una delle obiezioni sollevate dalla difesa
nel procedimento penale che oggi ha portato a 18 misure
cautelari e restrittive per giovani Pro Pal.
Un passaggio dell’ordinanza è dedicato al diritto di prendere
parte a manifestazioni di protesta “che in uno stato democratico
non può e non potrà mai essere reciso”. La gip Rattazzo concorda
sulla “necessità di individuare il contesto sociale e culturale
in cui sono maturate le scelte degli indagati onde comprendere
la ragione delle loro azioni”, ma sottolinea che il suo compito,
in questa fase del processo, è “riscontrare gli atti di
rilevanza penale”.
“Non vi è chi non veda – scrive – come perpetrare violenze
fisiche o psichiche alle persone, si badi bene non solo
appartenenti alle forze dell’ordine ma anche a cittadini
qualunque, quali gli addetti alla sicurezza o i receptionist di
‘La Stampa’, o danneggiare oggetti di proprietà pubblica e
privata, sia unicamente sintomo di una estrinsecazione violenta
di un pensiero che richiede per imporsi di uno strumento
intimidatorio e aggressivo, tipico esattamente di quei contesti
che vengono dai medesimi manifestanti stigmatizzati”.
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