(di Elisabetta Stefanelli)
Non più l’uomo al centro del mondo,
ma una realtà ibrida, in cui animato e inanimato vivono insieme
in una fusione che è un superamento dell’antopocentrico e
soprattutto arte nel suo significato più alto di rinnovamento,
rinascita, trasformazione. Koen Vanmechelen, artista belga di
fama internazionale, inaugura a Venezia la sua prima mostra
personale dedicata interamente alla scultura, ospitata nelle
storiche sale di Palazzo Rota Ivancich. L’esposizione si terrà
in concomitanza con la 61/a Esposizione Internazionale d’Arte
della Biennale di Venezia, dal 9 maggio al 22 novembre. Curata
da James Putnam, la mostra presenterà 40 nuove sculture e
installazioni realizzate appositamente per l’occasione.
We Thought We Were Alone si propone di esplorare la relazione
tra gli organismi viventi e l’ambiente inorganico. “Per secoli
abbiamo pensato di essere soli. Ci siamo immaginati al centro di
ogni cosa: la misura del progresso, gli autori della pace, i
custodi del paradiso e l’apice dell’evoluzione. Man mano che la
mostra si svela – spiega Koen Vanmechelen – gli animali si
rivelano non come metafore o reliquie, ma come messaggeri di una
verità diversa. Nel loro sguardo, ci confrontiamo con il prezzo
della nostra addomesticazione: come abbiamo domato il mondo e,
così facendo, abbiamo perduto la nostra stessa natura selvaggia.
Questa non è nostalgia per un Eden perduto, ma un confronto con
i limiti dell’eccezionalismo umano. La natura non ha bisogno
della nostra pietà, solo della nostra volontà di coesistere. La
chiave minore della sopravvivenza non è la conquista, ma la
reciprocità e l’ibridazione”.
Le opere prendono le mosse da reinterpretazioni di sculture
classiche, come Medusa e Le Tre Grazie, ma superano tali
riferimenti per concentrarsi su come l’opera d’arte sia plasmata
attraverso relazioni e interconnessioni. Nel contempo materiali
come bronzo, marmo, vetro, fotografia e video si fondono per
dare vita a un dialogo tra passato e futuro, alimentando la
tensione tra individuo e collettività, materia e forma, eredità
e metamorfosi. L’esperienza espositiva immerge i visitatori nei
cardini della ricerca di Koen Vanmechelen: incrocio, ibridazione
e identità. Questi temi convergono nella sua visione di un
Cosmopolitan Renaissance, un nuovo Rinascimento globale.
Superando i canoni della scultura tradizionale, la mostra
eleva l’arte a forza vitale e generatrice, capace di innescare
una profonda trasformazione tanto sociale quanto biologica. La
sua pratica artistica tende a espandere costantemente i confini
tra espressione artistica, ricerca scientifica e impegno
comunitario, grazie ad un approccio prettamente
interdisciplinare. La mostra, inoltre, si pone come perfetta
continuazione del Cosmopolitan Chicken Project, un’esplorazione
globale e transdisciplinare della diversità bioculturale e
dell’identità attraverso l’interazione tra arte e scienza. A ciò
si aggiunge la sua attività continua presso Labiomista, un parco
culturale di 24 ettari in Belgio dedicato a progetti guidati
dalla comunità e che coinvolge realtà locali pur mantenendo una
prospettiva internazionale. Ogni anno, Labiomista sviluppa il
proprio programma attorno a un tema centrale e, nella sua ottava
stagione intitolata Never Alone, pone in primo piano l’idea di
interconnessione collettiva.
In dialogo con il tema della Biennale di Venezia, In Minor
Keys, la mostra dedica una sala all’esplorazione del Wild Gene
Festival, un progetto collaborativo tra Koen Vanmechelen e il
celebre musicista senegalese Youssou N’Dour, inaugurato
originariamente il 1° agosto 2025 presso Labiomista. In questa
occasione, il festival ha trasformato il parco in un
palcoscenico a cielo aperto, ospitando una co-performance di
musica dal vivo eseguita da Youssou N’Dour e Le Super Étoile de
Dakar, intrecciata alla creazione in tempo reale di una tela
monumentale di nove metri dipinta da Vanmechelen.
“L’installazione del Wild Gene Festival a Venezia trasforma il
Palazzo in un luogo dove arte e musica si fondono, invitando i
visitatori a vivere e celebrare i ritmi della creatività e della
connessione attraverso questa architettura sonora, unendo suono,
gesto e colore per riflettere sull’identità, sulla comunità e
sul dialogo vivente tra l’uomo e la natura”, dice Youssou
N’Dour.
Sintetizza il curatore James Putnam: “Vanmechelen non si
limita a illustrare l’idea di una vita interconnessa; ne
progetta le condizioni affinché essa si sveli visibilmente.
Mettendo in scena forme ibride, soglie e sistemi fragili in
tutto il palazzo, trasforma una premessa familiare in
un’esperienza fisica: una negoziazione continua tra forma e
trasformazione”.
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