Era stato accusato di essere uno
dei capi dell’organizzazione che gestiva lo spaccio di droga in
zona Pilastro a Bologna, lo stesso gruppo di pusher di cui
faceva parte la famiglia, di origine tunisina, alla quale nel
2020 citofonò Matteo Salvini, davanti alle telecamere, chiedendo
se in casa ci fosse uno spacciatore e scatenando polemiche.
Per un albanese, difeso dall’avvocato Simone Romano, la Corte
di appello bolognese, nel nuovo processo di secondo grado dopo
il rinvio della Cassazione, ha ridotto la pena da otto anni,
dieci mesi e 20 giorni a cinque anni e quattro mesi,
derubricando, appunto, il suo ruolo di promotore e organizzatore
dell’associazione finalizzata al narcotraffico, a quello di
semplice partecipe. Ma l’avvocato Romano “attende di conoscere
le motivazioni della sentenza d’appello bis, nella ferma
convinzione difensiva che l’assistito sia estraneo al reato
associativo che gli viene contestato”.
L’appello bis riguardava anche altri tre imputati: per una
donna, difesa dagli avvocati Giovanni Voltarella e Roberto
D’Errico, è stato escluso un reato e la pena è stata lievemente
ridotta (quattro anni, cinque mesi e 20 giorni), mentre per
altri due è stata riconosciuta la continuazione con altre
condanne già irrogate. A maggio 2025 la Cassazione aveva
confermato gran parte delle sentenze di condanna per i 14
imputati rimasti, tra cui c’erano anche persone della famiglia a
cui citofonò il leader della Lega in piena campagna elettorale
per le Regionali in Emilia-Romagna.
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