“Si annuncia come un altro inverno del nostro scontento, la campagna elettorale ai blocchi di partenza. A destra Meloni arriva col fiatone, inseguita da Vannacci, logorata da una situazione economica non brillante e delusa (per usare un eufemismo) dalla sua stessa squadra di governo. La decisione di puntare tutto, nell’ultima parte della legislatura, sulla legge elettorale suona conferma della sua difficoltà. Anche se la premier può ricordare -ai suoi e a tutti noi- che quell’attitudine a forzare le regole a ridosso del voto non è certo solo sua.
A sinistra il campo largo arriva con un certo ritardo e con un discreto grado di confusione. Le primarie per scegliere il candidato premier appaiono ormai come un rito già stanco prima ancora che la corsa sia cominciata. E i due candidati principali, stremati entrambi dalla finzione della loro unità, hanno cominciato a incrociare i ferri prima ancora di aver definito regole e modalità della loro contesa. Al centro, nel mezzo tra i due players principali, si affollano infine una gran quantità di volenterosi progetti centristi. Alcuni pronti a cercare di salire a bordo, da una parte e dall’altra. Qualche altro, più temerario (ma forse anche più conseguente), deciso a restare per suo conto -anche a rischio di dover soccombere dinanzi alla leggenda del ‘voto utile’ e al sospetto di tifare per il pareggio. Ora, è ovvio che -pareggio a parte- qualcuno le elezioni le dovrà pur vincere, e dunque alla fine capiterà almeno ad uno dei contendenti di sorridere. Ma quello che colpisce, alla vigilia, è che nessuno sembri recitare la commedia elettorale indossando i propri panni. In tutti gli schieramenti, e soprattutto nei due più forti, si può cogliere infatti uno spaesamento, un disagio con se stessi e con i propri vicini, che annuncia una campagna elettorale più infelice del solito. Non è un caso. Il fatto è che in questo frangente, quasi senza rendersene conto, ognuno dei players più importanti ha rinunciato a una parte fondamentale di sé. Meloni avrebbe avuto tutto l’interesse a valorizzare il primato numerico del suo partito. Da questo punto di vista una legge proporzionale in purezza le sarebbe calzata a pennello. L’indomani avrebbe potuto rieditare la sua vecchia e stanca coalizione. Oppure proporsi per uno schema di gioco diverso. Il tutto garantito da un primato numerico non banale dei suoi “Fratelli d’Italia”. Schlein a sua volta avrebbe dovuto rendere chiaro al suo “alleato” che nessuna alleanza sarebbe mai stata possibile senza una visione comune delle vicende internazionali. Cosa che forse avrebbe potuto renderle meno difficile tenere insieme anche i suoi, che non sembrano di buonissimo umore. Quanto a Conte il suo doppio registro tra la retorica dell’uno che vale uno e la finzione del suo camaleontico travestimento “progressista” camicia a stancare prima ancora di essere messo alla prova.
Il fatto è che esiste un momento nella vita, e tanto più nella vita politica, in cui la realtà ti rivela quello che sei. E dunque non ti consente più né troppe doppiezze né troppe vaghezze. In quel momento è il bivio a cui ti trovi che ti costringe a scegliere, costi quel che costi. Così Meloni dovrebbe finalmente sciogliere l’enigma del suo futuro, e decidere se il suo modello è ancora la Meloni di prima oppure la Thatcher oppure ancora la Merkel. Poiché tutte e tre le cose insieme appaiono piuttosto stridenti. Quanto alla Schlein, anche lei dovrebbe forse dirci qualcosa in più su di sé, ma soprattutto sul partito di cui è alla guida. E cioè rivelarci finalmente se quel partito è ancora il tentativo di sintesi tra le grandi culture del dopoguerra -sia pure debitamente rivisitate. O se invece la novità dei tempi e il passaggio delle generazioni impongono ora di archiviare quella antica pretesa e suggeriscono invece di cimentarsi nella costruzione di una nuova, inedita idea di se stessi. In un caso il M5S sarebbe un alleato impossibile, nell’altro un alleato solo assai faticoso. Cercare di sciogliere alcuni di questi nodi, che si sono lasciati aggrovigliare lungo tutta la legislatura, darebbe senso e valore alla campagna elettorale. Rendendo forse meno scontenti primattori, comparse e spettatori. (di Marco Follini)





