(di Alessandra Magliaro)
Una storia sull’amore e sul desiderio
di essere amati, una storia di fragilità e insicurezze, di
immenso talento, una storia familiare con un’ombra paterna così
ingombrante da esserne schiacciati per la vita, ma soprattutto
la storia di una delle voci più belle e uniche della storia del
rock. Parliamo di Jeff Buckley, l’anima candida e dolcissima che
ha segnato una generazione e che resta leggenda a 60 anni dalla
nascita (17 novembre 1966) e a quasi 30 anni dalla morte (29
maggio 1997). Amy Berg, che già su Janis Joplin aveva fatto la
stessa operazione, ossia quella di restituire la persona oltre
la fama immortale, prova a svelare il mistero Jeff Buckley
riuscendo a far parlare per la prima volta la madre Mary Guibert
cui era legato in modo viscerale e che è custode della sua
eredità artistica, le compagne Rebecca Moore, Joan Wasser, i
musicisti Ben Harper, Michael Tighe, Parker Kindred rivelando
con immagini inedite, oltre quelle dei concerti e dello storico
tour americano, il suo privato nel contesto culturale della New
York degli anni Ottanta e Novanta.
‘It’s Never Over, Jeff Buckley’, coprodotto da Brad Pitt,
standing ovation al Sundance festival, passato alla Festa di
Roma, arriva con Nexos Studios come evento al cinema il 16, 17 e
18 marzo pronto a soddisfare la folla di appassionati ansiosi
di riannodare il legame con questo artista carismatico suo
malgrado.
La parola più abusata, leggenda, quando si tratta di Jeff
Buckley è davvero difficile da evitare: come definire altrimenti
quell’album di esordio, Grace, rimasto poi il suo unico che ha
segnato un’epoca ed è considerato tra i migliori album di tutti
i tempi? E quelle cover che tanto amava, prima fra tutte
Hallelujah di Leonard Cohen ascoltando la quale è impossibile
non provare brividi.
Jeff Buckley e quella voce meravigliosa, acrobatica, estesa a
quattro ottave, baritono, tenore e falsetto insieme, capace di
essere femminile e maschile, soul e rock, con dentro tristezza e
energia, potente e intimista. Jeff strappa il cuore e continua a
farlo in questo documentario commovente da vedere e rivedere per
provare a saperne sempre un po’ di più di questo ragazzo che
conobbe tardi il padre, e che padre: Tim Buckley, leggenda su
leggenda, amandolo e respingendolo al tempo stesso, questo
musicista che rischiò di non esibirsi perchè la madre fumava
l’erba con le amiche nel parcheggio antistante attirando gli
strali della polizia di Los Angeles, questo giovane che viveva
di musica e per la musica, vorace al punto da arrampicarsi
sull’impalcatura del palco del concerto dei Led Zeppelin per
respirare la loro energia, quel musicista in cui dentro
convivevano Nina Simone, Zeppelin, Nusrat Fateh Ali Khan, Edit
Piaf, Soundgarden per lui tutti miti che divennero i suoi primi
fan. Che storia quella di Jeff Buckley, per molti versi simile a
tanti miti fragili della musica, in lotta con quello che gli
altri si aspettavano da lui a cominciare dalla casa
discografica. Morì prematuramente il 29 maggio 1997 a Memphis
dove si era ‘ritirato’ per fuggire la pressione dei media,
riposare da un tour epocale e preparare il secondo album in una
modesta villetta coloniale affittata, leggenda vuole
immergendosi nelle onde melmose del Mississipi sulle note di
Whole Lotta Love dei Led Zeppelin, annegato, con in corpo
nessuna droga ma una birretta dopo aver lasciato messaggi di
amore e orgoglio alla madre Mary che lo ebbe da Tom a 17 anni
crescendolo da sola, alla dolce Rebecca e a Joan che ancora oggi
non riesce a parlare senza scoppiare a piangere.
Nel docufilm di Amy Berg costato anni e anni di indagini,
archivio, interviste con l’obiettivo di restituire una persona
particolare, Jeff dice “la musica era mia madre, era mio padre”
ma passò la vita a evitare il fantasma di Tim, anima inquieta di
cui aveva ereditato la voce, morto a 28 anni per il solito mix
alcol e droghe che negli anni ’70 portò via musicisti
fenomenali. La paura di Jeff di perdere la libertà artistica e
la pressione che sentiva su di lui suonano oggi, che la parola
fragilità non è più un tabù, di enorme attualità. Restano quella
voce pazzesca, quell’album Grace mitologico e ora con il doc di
Berg anche l’emozione di essere entrati un po’ di più nella sua
vita.
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