“Trovo giusto che per Domenico
Belfiore non si facciano celebrazioni pubbliche. Ma su quel che
riguarda la dimensione religiosa non mi pronuncio: è una
questione che attiene a una sfera diversa. Dico solo che, quando
ho saputo che Belfiore è morto, ho pensato che si era chiuso un
altro spiraglio lungo il cammino verso la verità. E per questo
ho provato un senso di frustrazione”. Lo ha riferito all’ANSA
Paola Caccia, figlia del magistrato Bruno Caccia ucciso a Torino
nel 1983, a proposito dell’annullamento delle esequie in forma
pubblica di Domenico Belfiore, condannato in via definitiva
all’ergastolo come mandante dell’omicidio.
La signora Paola, insegnante in pensione, afferma di non
essere animata da “sentimenti di odio o di vendetta”, ma che il
desiderio di chiarire i tanti punti ancora oscuri sul delitto
resta molto forte. “Belfiore – osserva – non ha mai ammesso
nulla. Ha persino negato di essere un boss della ‘ndrangheta.
Finché era vivo potevo coltivare la speranza che un giorno
avrebbe parlato. Ora si è chiuso anche questo spiraglio”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA









