Ascolta la versione audio dell’articoloL’ubiquità delle acque come eterno ritorno degli uomini: Etruschi e Veneti le veneravano perché vi trovavano cura e conforto, e la Serenissima Repubblica di Venezia ha scolpito la gloria sulla fluidità dei mari. Quale altro edificio se non Palazzo Ducale, che è terra e mare insieme coi suoi intarsi di pietra, poteva ospitare una mostra ricca e totalizzante come «Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari»?Non si tratta di un confronto fra due civiltà dell’Italia protostorica ma della ricerca documentata delle affinità nel rapporto con la sacralità delle acque, snodo del contatto con il divino fino alla richiesta di protezione lungo le rotte perigliose del mare. La mostra è un viaggio, dal I millennio a.C. fino ai primi secoli d.C., dal Tirreno all’Adriatico, fra luoghi di culto, che prende avvio dai sacri approdi della costa tirrenica, Vulci e Pyrgi, si inoltra nell’Etruria interna fra le acque termali di Chiusi, Chianciano e San Casciano, per raggiungere Marzabotto, Spina e Adria nell’Etruria padana ed entrare nel territorio dei Veneti, dove si trovano le acque salutifere di Montegrotto e Lagole di Calalzo, la divinità fluviale di Este, per concludersi ad Altino, sacro approdo veneto sulla costa nord adriatica. È un lungo viaggio accessibile a un pubblico ampio, meglio è un’immersione allestita nell’Appartamento del Doge che, fasciato di quel blu-verde della Laguna spazzata dal vento, diventa comprensione delle acque, anche grazie agli oltre 700 reperti provenienti da decine di musei del territorio nazionale. Con 57 oggetti inediti e alcuni prestiti imperdibili, come, nella prima sala, la testa in terracotta di Thesan/Leucotea (350 a.C.), la “dea bianca”, l’aurora rinvenuta nel riempimento del pozzo ovest antistante il Tempio A di Pyrgi, il porto di Caere, e appartenente a un altorilievo del frontone. Il volto quasi asseconda il vento e ci riporta ai versi di Omero (Odissea, V, vv. 336-8): «Leucotea ebbe pietà di Odisseo che vagava sofferente sul mare / e, come un gabbiano, emerse dal mare, / salì sulla zattera» e salvò Ulisse fino a farlo arrivare alla terra dei Feaci. Ecco, le divinità erano cercate per la salvezza e, oltre ai culti, alcune località, come Pyrgi, favorivano anche lo scambio culturale fra genti approdate in terra italica dalle coste dell’intero Mediterraneo. Nelle bacheche, decine di simpula, i mestoli per attingere le acque, vasetti miniaturistici, particolari anatomici, lucerne per i riti notturni.Loading…San Casciano, che ha svelato i Bronzi, vere star dell’archeologia contemporanea, è qui raccontato con oggetti freschi di scavo, emersi dalla vasca del santuario e restaurati dalla Fondazione Muve proprio per la mostra, restituendo, fra gli altri oggetti, un bronzetto femminile di offerente con la scritta Fleres, “alla fonte”. Proseguendo verso nord, si arriva a Marzabotto, il cui santuario fontile è databile al VI secolo a.C. ed era decorato con l’immagine di Dedalo, che ritorna con Icaro anche in una bulla dorata proveniente dal luogo sacro di Adria, città etrusca e multiculturale sorta nell’antico delta del Po, al confine fra Etruschi padani e antichi Veneti. La commistione dei due popoli ritorna anche in quattro laminette d’oro, simili a esemplari in bronzo di area veneta con figure femminili e guerrieri.«Bronzetto di Paride», V secolo a.C., Museo Archeologico Nazionale di AltinoNessuna città veneta più di Este fu sacra: nei boschi – come ricorda Strabone –, presso i fiumi e le fonti sacre: si pregava e si apprendeva la scrittura, come mostrano le tavolette alfabetiche, per incidere le dediche e, in epoca romana, a Reitia, “la dea del fiume”, subentra Minerva. Ma l’immagine di una Signora della Natura nel disco da Montebelluna è ritenuta la principale divinità dei Veneti. Che cercano il contatto con il divino perlopiù tramite figure maschili e con sacrifici di cavalli, animale iconico simboleggiato nelle statuette offerte e sulle lamine. A Lagole di Calalzo, santuario di confine, le acque sulfuree cicatrizzano le ferite e hanno fatto emergere anche armi offerte a Trumusiati-, divinità maschile sostituita poi da Apollo. Il viaggio si conclude ad Altino, porto per naviganti stranieri, etruschi, greci e magnogreci. Sotto la tutela di Altino/Altno (che diventerà Giove, a ribadire la continuità fra età preromana e romana), approdano per commercio, ringraziano il dio e sacrificano cavalli e, fra le incisioni, ritorna l’immagine del lupo feroce e poi pacificato, a ricordare l’integrazione che questa società duttile sapeva realizzare sotto lo sguardo della divinità. Come spiegare altrimenti il bronzo di Paride rinvenuto ad Altino? L’eroe incorda l’arco, protetto da un elmo a forma di rapace, e la sua presenza come dono votivo allude alla genealogia troiana di cui i Veneti amavano gloriarsi, identificandosi con i discendenti di Antenore. A dimostrare, ancora una volta, come scrisse Pindaro (Olimpica, I, vv. 1-2) che «la cosa migliore è l’acqua». Porta civiltà e mescola i popoli per renderli più ricchi e aperti.LA MOSTRA E GLI EVENTI





