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Home Cultura

Dario Fo, il giullare che si fa premio Nobel a cento anni dalla nascita

di Redazione Corriere Economia
26/03/2026
in Cultura

Ascolta la versione audio dell’articolo«Le rare volte in cui prego, è a lui che mi rivolgo». Così Paola Cortellesi ha aperto la serata dedicata al centenario della nascita di Dario Fo (Sangiano, 24 marzo 1926 – Milano, 13 ottobre 2016 scegliendo subito la via meno celebrativa e più vera: quella di un rapporto vivo, imperfetto, perfino ironico con il maestro. Non un monumento, ma una presenza che ancora inquieta e costringe.L’invito a sbagliareL’attrice e regista ha ricordato il lavoro condiviso, l’invito a sbagliare, quasi un comandamento etico prima che artistico: perché nell’errore, per Fo, si annida una forma di verità che sfugge alla retorica e al compiacimento. È da questo punto che la memoria ha smesso di essere commemorazione ed è tornata ad essere pratica teatrale.Loading…Teatro come gesto politico incarnatoLa serata, presentata dalle nipoti Mattea e Jaele Fo, è stata costruita come un dispositivo corale che rifiuta la linearità biografica per restituire invece una costellazione di voci, frammenti ed attraversamenti. Eppure, un filo ha tenuto tutto: l’idea di teatro come gesto politico incarnato, mai separabile dalla vita. Lo si e’colto nei racconti, negli scarti improvvisi e nei continui slittamenti tra pubblico e privato. Tra questi, il ricordo di Carlo Petrini, che ha rievocato l’incontro giovanissimo con Fo e quella capacità rara di unire arte e impegno senza mai perdere il gusto del gioco, come in una militanza vissuta quasi come festa. Quando il figlio, Jacopo Fo, ha introdotto la Bandabardò, il racconto ha preso una piega laterale, quasi domestica e proprio per questo rivelatrice. Ha svelato il segreto del grammelot, quella lingua impossibile che il padre avrebbe inventato «perché non sapeva l’inglese»: ma la battuta ha già una poetica. Non è mancanza, è reinvenzione. Non è limite, ma apertura. E allora l’episodio della radio — il piccolo Jacopo accanto alla nonna, in attesa di sentire quella “canzone in una lingua strana” — è diventata una scena originaria: il teatro come atto di fiducia nell’ascolto, prima ancora che nella comprensione.Dentro questo movimento, la figura di Franca Rame non appare mai come semplice complemento, ma come asse imprescindibile. L’amore e il conflitto, la scena e la vita, la scrittura condivisa: tutto in Fo sembra accadere nello spazio di quella relazione, che è insieme biografica e politica, intima e pubblica. Non è un caso che molti ricordi (di Chiara Francini, Alessandro Federico, Anna Foglietta e Gilberta Crispino) abbiano insistito proprio su questa tensione mai pacificata, mai riducibile a narrazione edificante. Poi c’è stato il momento in cui la storia irrompe con la sua ironia quasi perfetta: il Premio Nobel per la Letteratura. Non un annuncio solenne, ma una notizia ricevuta in macchina, mentre Fo guida accanto a Ambra Angiolini, durante una puntata di “Roma/Milano”. L’eccezionalità che si deposita nel quotidiano, senza mutarne davvero la sostanza. Anche in questo, Fo resta fedele alla propria natura di giullare: colui che attraversa il potere senza mai lasciarsene definire. Il richiamo a Mistero Buffo attraversa la serata come una corrente sotterranea. Non tanto per nostalgia, quanto perché lì si condensa una delle intuizioni più radicali del teatro del Novecento: restituire voce a chi non l’ha avuta, reinventando la lingua, scardinando i codici, forzando il rapporto tra attore e pubblico. Non rappresentazione, ma atto. Non una forma, ma una necessità. Poi gran finale con la canzone “Ma che aspettate a batterci le mani” che risale agli anni ’70, scritta insieme alla sua compagna di vita e scena in un periodo di forti tensioni sociali e politiche in Italia. Un finale che ha evitato ogni chiusura enfatica e rilanciato, piuttosto, l’idea del teatro come gesto collettivo che chiede ancora di essere abitato. Applausi, certo, ma anche qualcosa di più difficile da nominare — una responsabilità, forse. A cento anni dalla nascita, Dario Fo continua a sottrarsi a ogni tentativo di fissazione. Non appartiene alla memoria, ma alla pratica. Non si lascia celebrare senza essere, ancora una volta, rimesso in scena.Teatro Sistina, Roma, “100 anni Dario Fo”

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