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Home Cultura

Il mezzosoprano Vasilisa Berzhanskaya “è Norma!”

di Redazione Corriere Economia
19/02/2026
in Cultura

Ascolta la versione audio dell’articoloSolo chi la conosce, solo chi l’ha sentita almeno una volta cantare, ne pronuncia il nome con facilità: perché lei, Vasilisa Berzhanskaya, voce di mezzosoprano da scrivere a caratteri d’oro, possiede il dono sul palcoscenico di ammaliare, di diventare immediatamente riconoscibile e familiare. Tecnica, timbro, temperamento – le tre “t” fondamentali per un cantante – si fondono in lei, trentenne di scuola russa, in una miscela sopraffina ai più alti livelli. Il canto è facile e immacolato, i fiati pazzeschi, la trama delle colorature la più ricca e raffinata immaginabile.Bellini e RossiniBellini, e non solo Rossini, i suoi compositori dell’anima. Quando un paio di anni fa affrontò la parte di Adalgisa alla Scala, uscendo dal Teatro si diceva: “Ma lei è Norma!”. E infatti eccola, al Regio di Parma, incarnare il ruolo della protagonista nel capolavoro belliniano. Vasilisa ne fila con aristocrazia la trama, ne dice perfetta ogni parola. Si cala con assoluta sicurezza nei tempi morbidi che il direttore Renato Palumbo le chiede, lasciando spazio a tutte le contraddizioni della primadonna: sacerdotessa e madre, gelosa furente prima e amica poi in solidale sorellanza. Il suo ritratto, datato 1831, guarda dritto al femminile di ieri e di oggi.Loading…Anche le signore elegantissime della “prima” ne escono turbate, perché questa “Norma” ti obbliga a un ascolto lento. Non risolve in fretta, non ti esalta con volumi chiassosi. Osa invece tinte piene e raccolte, fraseggi interni sbalzati con cura; i “da capo” delle cabalette variati e arricchiti di note, ma non sfogati, anzi più tesi e drammatici. Questa è l’impostazione interpretativa che chiede il podio, rischiando in controtendenza con tempi spalmati, ma che grazie a un braccio saldo non cedono mai; e fanno tanto bene sia al tessuto strumentale, qui con l’Orchestra Filarmonica Italiana in bello spolvero, sia al Coro del Teatro Regio, preparato come sempre con grande gusto e carattere da Martino Faggiani. Tutto culmina nel “Guerra, guerra!” che tutti attendiamo – la più grande negazione della guerra, il più scoperto inno pacifista inventato nel Risorgimento – ma quanto è ben preparato questo momento di baldanza ritmica finale grazie alle tinte nobili che lo hanno preceduto. “Casta diva”, ad esempio: riportata al disegno originale, di canto lunare luminoso, ritorna un momento intimo e magico, riverberato nelle ombre soffuse corali.Lo spettacolo riprende la regia di Nicola Berloffa, efficace nelle scene di facciate ottocentesche di Andrea Belli, abiti e luci con richiami alla pittura di Hayez firmati da Valeria Donata Bettella e Simone Bovis. La divisa militare elegante e chiara veste il Pollione di Dmitry Korchak, tenore di classe ma un poco urlante in attacco, forse timoroso del loggione parmigiano. In simbiosi perfetta lo troviamo negli intrecci con le due donne, e lì si vede il musicista, capace di adeguarsi alle personalità tanto diverse di Berzhanskaya, eroica, e di Maria Laura Iacobellis, rivale adolescente dai bei ricami. Prudente, coerente nel ruolo, la Clotilde ancillare di Alessandra Della Croce, mentre davvero autorevole, sempre nello stile del belcanto, svetta Carlo Lepore quale Oroveso. La corona però su tutti, in questa opera sperimentale e audace di passi a due, va al duetto delle due donne, Norma e Adalgisa: questo piaceva a Bellini, il nuovo sentimento femminile. E qui il canto dice la nuova forza ricercata e raddoppiata, molto romantica, molto da interni di salotti di letture e cultura, coltivati mentre gli uomini stavano in battaglia al fronte.Unico errore, proprio per questo taglio evidenziato di solidarietà, far morire Norma lapidata dalle consorelle sacerdotesse, strette intorno in cerchio. Mentre Pollione, privato del rogo dove dovrebbe da libretto con lei immolarsi, viene ucciso di spada da Oroveso. No, il padre vendicatore della figlia disonorata qui non è previsto. E soprattutto al banale traditore seriale viene dal regista tolto l’unico gesto di riscatto finale.

Prec.

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