(di Ida Bini)
Occhiali da sole, chiavi,
accappatoi, barattoli di vernice, scodelle: sono tutti oggetti
d’uso quotidiano, comuni, banali, spesso privi di valore, che
usiamo senza pensare. Sono oggetti pop che ci appartengono e che
segnano il nostro spazio e il nostro tempo; sono ‘cose’ che ci
raccontano meglio di tante parole, che svelano passioni,
emozioni e manie. E’ da questo racconto che parte la ricerca di
Luca Vernizzi: attraverso ritratti, perlopiù giganteschi e
immersi in uno spazio totalmente vuoto e solitario, l’artista
lascia dialogare le ‘cose’ con lo spettatore, invitandolo a
immergersi nella cultura contemporanea e a considerare gli
oggetti in tutte le loro valenze.
Per celebrare gli 85 anni del celebre artista e ritrattista la
Fabbrica del Vapore di Milano ha allestito nella Sala Messina 2
la mostra ‘Macro Pop’, aperta al pubblico dal 10 marzo al 17
aprile.
L’esposizione ospita 46 opere, 8 tele monumentali, 2 dipinti
di grandi dimensioni su legno e una serie di ritratti di piccolo
formato su carta realizzati con tecniche diverse. In mostra
anche opere datate come ‘Grande calamaio’ del 1988 e ‘Televisore
spento’ del 1989 che dimostrano come il ritratto di oggetti sia
una tematica costante nel lavoro dell’artista. A queste si
aggiungono ‘Frutta e pomodori’ del 2012; ‘Accappatoi’,
‘Detersivo per i piatti’, ‘Mazzo di chiavi’, ‘Scodella e
cucchiaio’ del 2020; ‘Goccia’ del 2021; ‘Annaffiatoio’ del 2022
e il più recente ‘Occhiali da sole’ del 2025. Le opere su carta
sono una raccolta su oggetti d’uso quotidiano: il libro, la
matita, un bicchiere, il vassoio, la finestra, una sedia, la
scatola di cartone, la bottiglia della Coca-Cola, i barattoli di
vernice, le mollette del bucato, la tanica della benzina. È un
racconto della vita e della società consumistica che si svolge
attraverso opere che enfatizzano gli oggetti che ci circondano,
quelli più comuni e banali che Vernizzi ritrae immersi in uno
spazio vuoto, trasformandoli in riflessione: guardarli e
immaginarli nella loro solitudine espressiva è un’alternativa
alla popolarità consumistica che li vede altrimenti proiettati
nei nostri desideri. Questi oggetti – banali, non emblematici,
persino insignificanti e quasi privi di valore – accompagnano la
nostra quotidianità e incidono con la loro presenza nel nostro
spazio e nel nostro tempo. Sono ‘cose’ che ci rappresentano, che
consumiamo in fretta, che perdono significato con estrema
rapidità, che non hanno alcun valore affettivo o, invece,
possono rappresentare un’ossessione, la smania di possesso, un
legame sentimentale. Le ‘cose’ non ci somigliano, ma ci
raccontano, ed è da questo racconto che attraverso i ritratti di
Luca Vernizzi possiamo riconoscere di quanti milioni di piccoli
gesti si compone il fare e l’avere e quanta parte di vita
consumiamo attraverso l’uso di questi oggetti. Guardando al
passato è necessario ricordare come le civiltà sepolte si sono
disvelate proprio attraverso il racconto proveniente dalle
‘cose’, che hanno permesso agli studiosi di conoscere e
costruire la vita e le abitudini dei nostri antenati. Pensiamo
al corredo di Tutankhamon, alla tomba Regolini Galassi, a tutti
i ritrovamenti della storia antica e della preistoria, dalle
punte di selce alle amigdale fino alla Venere di Willendorf. La
lente di ingrandimento smisurata di Vernizzi dunque svela
attraverso queste ‘cose’ la bellezza dell’arte e la capacità di
cogliere l’essenza di un oggetto inanimato, costruendone una
nuova e realissima natura morta.
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